Un’altra strage al confine col Messico ad opera dei potenti e violenti narcos. Le notizie sono ancora confuse ma si parla di crica 49 persone uccise e fatte a pezzi.

Il massacro è avvenuto al confine del paese più precisamente al chilometro 47 sulla strada che collega Monterrey a Reynosa, al confine con il Texas dove si sta combattendo una vera e propria guerra fra bande criminali. La zona infatti è troppo importante per il traffico di droga e i narcos si contendono il controllo del territorio a colpi di stragi e massacri.

La guerra sanguinosissima nasce da una contesa in atto fra i Los Zetas, la banda criminale alleatasi con altri trafficanti di droga e il cartello del Golfo appoggiato dai sicari di Sinaloa.

Negli ultimi giorni la contesa fra i due gruppi di trafficanti si sta facendo sempre più violenta e sanguinosa, con morti ammazzati da entrambe le parti, con una violenza e una barbaria senza limiti soprattutto dopo che El Chapo Guzman, il boss dei sicari di Sinaloa, in lotta per il territorio, avrebbe dato ordini precisi di scatenare una lotta senza quartiere.

Le stragi così giorno dopo giorno si stanno susseguendo. Prima gli impiccati al ponte di Nuevo Laredo, poi l’omicidio di vittime innocenti nella regione del Jalisco. Ora infine quest’ultimo orrore.

I corpi delle 49 persone uccise e fatte a pezzi sono stati rinvenuti in alcuni sacchi di plastica abbandonati sulla strada nella zona del confine con il Texas. Una chiamata anonima ha avvertito la polizia locale che ha recuperato i cadaveri verso le 5 del mattino.

Secondo gli esperti la lotta fra le bande che controllano il narcotraffico non sembra affatto destinata a finire. Con strage si risponde a strage e la guerra fra bande criminali non sembra affatto destinata a finire, anzi, continuerà ad aumentare per violenza e brutalità.

Di Valentina Vanzini

 

 

 

 

 

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Sarà la cantante Vintage Nina Zilli, voce soul e ritmo nel sangue, a rappresentare il nostro paese all’Eurofestival. Definita già da tempo come  la signora del soul italiano, Nina Zilli sarà il volto e la voce dell’Italia alla kermesse al via  il prossimo 26 maggio nella remota Baku, in Azerbaigian.

Lei, intervistata dal Corriere della sera, è sempre simpatica, divertente, frizzante “Certo. Come Gigliola Cinquetti e Domenico Modugno. Ma anche Franco Battiato» ride divertita. La decisione è arrivata al termine di una lunga giornata di consultazioni e trattative che hanno portato fino al nome della voce più soul e vintage d’Italia, quella di Nina Zilli.

La splendida Zilli ha superato le colleghe Emma Marrone ed Erica Mou. E’ così che a fare da porta bandiera per l’Italia all’Eurovision Song Contest sarà Maria Chiara Fraschetta, classe 1980, in arte Nina Zilli. La cantautrice piacentina, considerata la vera e propria vincitrice morale della rassegna, ha accettato immediatamente di portare il volto dell’Italia a Baku. Gli organizzatori hanno ottenuto il benestare anche dalla sua casa discografica, la Universal, che all’inizio sembrava titubante sulla scelta di mandare la cantante alla manifestazione.

Inoltre, a sorpresa, Nina Zilli  potrebbe presentarsi in concorso all’Eurofestival con un brano diverso da quello presentato a Sanremo. Secondo le prime voci potrebbe addirittura cantarlo in coppia con un duetto. L’annuncio della sua partecipazione è stato dato direttamente da Ell & Nikki, il duo azero vincitore l’anno scorso dell’Eurofestival, che avevano calcato palco dell’Ariston insieme con Gianni Morandi e proprio con l’artista piacentina Nina Zilli.

Grande emozione dunque, e suspance, Nina Zilli per ora sembra entusiasta e felicissima di affrontare questa nuova avventura. Rappresenterà il nostro paese in una delle manifestazioni canore più importanti al mondo, l’Eurofestival, dove tenterà di strappare il primo premio per l’Italia. Staremo a vedere, dal 26 Maggio parte la kermess e la cantante piacentina, bocca rossa, capelli cotonati e stile vintage, sarà il volto dell’Italia.

Di Valentina Vanzini

 

 

 

 

 

 

 

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Continua il controverso processo Ruby in cui è imputato l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il processo parallelo denominato Ruby bis in cui invece sono imputati Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile. In questa nuova seduta del tribunale Nicole Minetti è apparsa come sempre sorridente e impassibile Nicole Minetti, di fronte alle domande dei giornalisti rimane immobile, sorride appena e non commenta.

“E’ imbarazzata per queste ultime dichiarazioni emerse al processo?” le chiedono durante una pausa dal dibattimento “Io imbarazzata? no, assolutamente no”. Eppure forse potrebbe esserlo, per un’ora la consigliera regionale del Pdl  ha ascoltato in silenzio le dichiarazioni rilasciate sul banco dei testimoni da Melania Tunini, sua ex amica e compagna di liceo, che la sera del 19 settembre 2010 era stata invitata per una cena ad Arcore dalla stessa Nicole Minetti. Vestita in tailleur nero, in apparenza serena e sorridente, la Minetti ha ribadito ai giornalisti di non aver mai pensato di lasciare la politica e di sentirsi serena.

Il giorno dopo essere stat invitata alla festa ad Arcore, dove era avvenuto il famoso bunga bunga, Melania Tumini parlando al telefono con un’amica racconta quanto accaduto. Scene che lei stessa definisce desolanti. Una serata che la testimone definisce ” allucinante e imbarazzante”. Una ventina di ragazze in competizione per farsi notare da Silvio Berlusconi. “Siamo a livello di puttanaio” racconta nella telefonata intercettata, che oggi è stata letta in aula.

Dopo aver raccontato nuovamente le fasi della serata nella villa di Arcore, Melania Tumini ha raccontato le sue impressioni su quella serata ha rivelato di essere stata “scossa e stupita perché per me quel signore era il presidente del Consiglio del mio Paese. E invece era lì, davanti a me, che nemmeno conosceva, a fare queste cose”. Le ragazze erano travestite in vari modi  chiamavano Berlusconi “amore e tesorino” mentre Nicole Minetti dopo cena era rimasta in coulotte e camicia.

Di Valentina Vanzini

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E’ stato condannato a 14 anni Pietro Citterio, l’uomo accusato dell’omicidio del tassista Luca Massari, picchiato a morte per aver aver involontariamente investito un cagnolino sotto casa ed essere sceso dal suo taxi per scusarsi. La prima Corte d’Assise di Milano ha ritenuto l’imputato colpevole di omicidio, ma gli ha riconosciuto l’attenuante di non aver voluto la morte della vittima. Per la sorella di Pietro Citterio, Stefania, che per prima si scagliò contro il tassista, il verdetto è stato di 10 mesi dal momento che i giudici le hanno riconosciuto soltanto il reato di minacce aggravate. Le motivazioni saranno depositate tra 90 giorni.

I fatti risalgono all’ottobre 2010: secondo quanto ricostruito dal pm Tiziana Siciliano, in via Ghini, alla periferia sud di Milano, Luca Massari investì con il suo taxi un cagnolino. Quando scese dall’auto per verificare cosa fosse successo e per scusarsi con il proprietario del cane, venne aggredito da Stefania Citterio che, come una furia, si scaglia contro di lui e gli urla «ti ammazzo». Poi viene trattenuta, ma continua a scalciare e a inveire contro il tassista. Poi intervenne a darle man forte il fratello Piero, anche lui viene trattenuto, fino all’arrivo di Morris Ciavarella: sarebbe stato lui a sferrare i colpi a Luca Massari che, sbattendo la testa contro il marciapiede, morirà dopo un mese di coma. Il 14 luglio scorso il gup di Milano ha condannato Ciavarella, in abbreviato, a 16 anni di carcere. I I due fratelli invece furono rinviati a giudizio: l’accusa per loro aveva chiesto condanne più severe: 23 anni di carcere per Pietro, accusato anche di incendio e lesioni lievi nei confronti di un fotografo, e 21 anni per la sorella. Per il pm sono ‘ugualmente responsabili’ e, a distanza di due anni dall’assurda scomparsa «di un uomo giovane, che poteva contare su un futuro più lungo del suo passato», spiega il pm nella sua requisitoria, arriva per entrambi un verdetto di colpevolezza.

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12 mag, 2012  |  Written by MP  |  under Aggregatori Attualità

Due brigatisti e un gruppo di 5-6 anarchici: sarebbero questi i sospettati per l’attentato a Roberto Adinolfi, l’ad di Ansaldo Nucleare gambizzato lunedì scorso sotto casa a Genova con un colpo di pistola. Ieri gli agenti della polizia penitenziaria hanno effettuato diverse perquisizioni, tra cui anche quelle nelle celle di Gianfranco Zoja e Riccardo Porcile, arrestati nel 2009 con l’accusa di banda armata e poi condannati per attentato dinamitardo alla caserma dei carabinieri di Livorno. Proprio a Porcile, nel 2009, venne sequestrato un arsenale che comprendeva una pistola Tula Tokarev TT30 – lo stesso tipo usato per l’attentato ad Adinolfi – ritrovata in un magazzino a Sori (Genova).

Anche se per ora non ci sono nomi iscritti nel registro degli indagati, sembrano forti i sospetti sul coinvolgimento di alcune persone, almeno un paio, aderenti all’area eversiva. Indiscrezioni che però i carabinieri del Ros non confermano: allo stato attuale «non risulta privilegiata alcuna pista» e «nessuna informativa è stata finora presentata alla procura di Genova». Nella serata di ieri, poi, è intervenuto il capo della Polizia Antonio Manganelli, avvertendo che «occorre molta cautela in questa fase»: «siamo aperti a tutte le ipotesi», ripete. «Non ci sorprende un’azione proveniente dall’area antagonista armata. Poco tempo fa avevo detto che gli anarco-insurrezionalisti erano pronti a fare il salto di qualità che arrivasse fino all’assassinio. Non è stata una mia originale intuizione investigativa, ma l’avevano scritto loro stessi». L’Ansaldo, spiega poi, «non è un’azienda che ha problemi interni, tensioni, ma tocca temi, come l’energia, che sono propri del linguaggio e della filosofia dell’area antagonista».

Intanto il dirigente di Ansaldo è stato dimesso dall’ospedale San Martino dove era stato sottoposto a un intervento ed era ricoverato dal giorno dell’attentato. Adinolfi ora è sotto la tutela di due carabinieri, una misura disposta dal Viminale su richiesta del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza.

 

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12 mag, 2012  |  Written by MP  |  under Aggregatori Attualità

Luis Enrique da l’addio alla Roma. Il tecnico giallorosso ha oggi annunciato l’addio alla squadra di Trigoria. Il tecnico alla fine ha deciso di lasciare la squadra giallorossa prima dell’ultima partita di campionato che la squadra giocherà contro il Cesena. Già da tempo il tecnico spagnolo Luis Enrique stava pensando all’addio, soprattutto dall’inizio di Maggio, quando la squadra della Roma ormai fuori dalla gara per lo scudetto e con ancora solo due giornate di campionato davanti.

Per questo motivo quest’oggi il tecnico giallorosso ha radunato la squadra della Roma e tutto lo staff tecnico sul campo di Trigoria alla fine dell’allenamento giornaliero per comunicare la sua decisione. Nel suo discorso Luis Enrique ha ringraziato la squadra che ha sempre appoggiato il tecnico spagnolo tentando sempre di giocare al meglio, ha poi affermao di voler rinunciare al suo secondo anno di contratto con la società della Roma e di ritornare in Spagna.

Nel suo discorso, durato ben 10 minuti, in cui ha dato l’addio alla squadra il tecnico spagnolo ha sollevato i calciatori della Roma da ogni possibile colpa e si è scusato ammettendo quasi di non aver fatto del suo meglio. “La colpa è mia” ha detto “che non sono riuscito a dare il cento per cento e a non valorizzare tutti voi. Questa è una sconfitta ma non me la prendo con nessuno”.

Il dirigente sportivo Sabatini, che aveva tentato di fare desistere Luis Enrique dalla sua decisione di abbandonare la Roma, aveva già parlato diversi giorni fa di un possibile addio di Enrique “È un pensiero mio, non è riconducibile a nessuna sua dichiarazione, ma penso che stia pensando all’ipotesi dell’addio” aveva detto “non sentendo il sostegno per se stesso non sente di poterlo trasferire alla squadra e quindi non vuole mettere la Roma, squadra e società, in una situazione di squilibrio”.

Nel frattempo la dirigenza giallorossa ha già contatto Vincenzo Montella che potrebbe essere il nuovo allenatore della squadra giallorossa.

Di Valentina Vanzini

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Il boss di Cosa Nostra Bernando Provenzano, detenuto nel carcere di Parma in regime di 41 bis, avrebbe tentato il suicidio ieri, calandosi sulla testa una busta di plastica: il boss sarebbe stato fermato in tempo dal personale della polizia penitenziaria. I fatti risalgono alla tarda serata di due giorni fa nell’area riservata della struttura che lo ospita ma, secondo fonti della polizia, si tratterebbe di una messinscena organizzata dallo stesso Provenzano che, secondo recenti perizie che lo hanno giudicato capace di intendere e di volere, avrebbe cercato questo espediente per poter evitare il regime di stretta sorveglianza a cui è stato sottoposto nonostante l’età e il suo stato di salute (reduce da un tumore alla prostata, soffre di un inizio di Parkinson e di un’encefalite destinata a peggiorare). Per dare prova della sua instabilità mentale, ieri il boss diceva di non riuscire a sedersi e di non trovare la sedia.

 

L’episodio del presunto tentato suicidio non ha avuto conseguenze su Provenzano, che non è stato neppure portato in ospedale. Il boss 79enne, detenuto dal 2006, è stato protagonista di una latitanza record di 43 anni e sta scontando alcune condanne all’ergastolo. Il suo difensore, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, ha polemizzato su chi abbia dato al boss il sacchetto di plastica, spiegando che ai detenuti sottoposti al carcere duro non è consentito tenere alcun oggetto pericoloso in cella. «Come mai – si chiede – nessuno si è accorto della presenza del sacchetto visto che Provenzano è l’unico detenuto del braccio in quel carcere ed è continuamente sorvegliato?». Sulla vicenda del tentato suicidio interviene anche il sindacato di polizia penitenziaria Osapp, che invece in una nota sottolinea i meriti «degli uomini del Gom della polizia penitenziaria, la sola, ormai, rimasta a fronteggiare la disfatta del sistema carcerario italiano».

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Avvocati, notai, commercialisti e medici, ma anche architetti e ingegneri sono queste le categorie lavorative finite sotto il vaglio attento della Guardia di Finanza. Nei primi quattro mesi di quest’anno 2012 infatti le Fiamme Gialle lhanno messo in atto controlli fiscali su oltre due mila liberi professionisti con cifre da capogiro, soprattutto per quanto riguarda l’evasione. Scoperti infatti 190 milioni di euro di tasse sottratte al fisco tramite evasione e soprattutto di Iva evasa secondo le stime per oltre 32 milioni di euro.

Tanti le indagini e i casi finiti sotto la lente d’ingrandimento della Guardia di Finanza. Fra  i casi più eclatanti e gravi, troviamo quello di un avvocato e di un commercialista scoperti dalle Fiamme Gialle di Brescia, i due professionisti avevano sottratto al Fisco tasse per oltre 1 milione di euro ciascuno. Molto diversa è invece la vicenda che ha riguardato un altro avvocato nella provincia di Chieti. L’uomo, infatti, ha convinto alcuni suoi malcapitati clienti ad investire i propri risparmi per l’acquisto di immobili in aste giudiziali svolti dall’avvocato promettendo che la successiva rivendita avrebbe dovuto fruttare ai clienti guadagni dal 5 al 20%.

I soldi sottratti dal professionista agli sfortunati clienti arriverebbe alla cifra record di 7 milioni di euro. Quando le persone truffate consegnavano il denaro all’avvocato i soldi destinati agli investimenti finivano invece direttamente nei conti bancari dell’uomo o in quelli intestati a suo nipote, che proprio a causa di ciò è accusato di riciclaggio di denaro. Ma anche casi di evasioni gravissime, veri e propri evasori toali che dichiaravano poco o nienta allo Stato.

Ad esempio la storia di un medico che aveva dichiarato 10 euro di ricavi al Fisco, ma in compenso girava a bordo di una Mercedes dal valore di ben 65 mila euro. Proprio a causa di questo suo peccato di vanità l’uomo è stato incastrato dai finanzieri che tramite una serie di controlli e numerosi pedinamenti sono riusciti ad incastrare il professionista evasore e hanno calcolato che l’uomo avrebbe sottratto al fisco oltre 320mila euro di ricavi.

Di Valentina Vanzini

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Sono 22 le società calcistiche deferite nell’inchiesta sul calcio scommesse, fra queste figurano l’Atalanta, il Novara e il Siena, arrivate quest’anno in serie A e indagate per presunti illeciti avvenuti durante lo scorso torneo di serie B. I tre club sono stati deferiti per responsabilità oggettiva. L’inchiesta è stata condotta dalla procura di Cremona tra i club di serie A sono stati deferiti soltanto Novara, Atalanta e Siena mentre non il Chievo, come era stato ipotizzato, la procura infatti ha imputato i club per responsabilità oggettiva nel comportamento tenuto da propri tesserati nella precedente stagione di Serie B.

I diretti responsabili della truffa sarebbero Cristian Bertani per il Novara, Cristiano Doni giocatore dell’Atalanta e Filippo Carobbio con il Siena. Bertani e Carobbio erano secondo la procura legati al famoso clan degli zingari che piazzava in tutta Italia le combine, con il loro comportamento trascinano nella bufera, appunto per responsabilità oggettiva, anche gli ultimi club in cui sono stati tesserati, più precisamente la Sampdoria in cui ha militato Bertani e lo Spezia in cui era stato tesserato Carobbio.

L’indagine ha finore toccato 22 società, di cui molte deferite, ma anche 61 persone fisiche tra cui ben 52 calciatori. Tutte le squadre deferite appartengono alla serie A, la sere B, ma anche la Lega pro e i Dilettanti. Tutte le società coinvolte nello scandalo sono state deferite per responsabilità oggettiva, tranne invece l’Empoli, che al contrario è stato deferito solo per responsabilità presunta.

I club calcistici deferiti per responsabilità oggettiva sono l’Albinoleffe, l’Ancona, l’Ascoli Calcio, l’Atalanta Bergamasca, l’Avesa, il Cremonese, il Delfino Pescara, il Frosinone, il Grosseto, il Livorno, il Modena, il Monza, il Novara, il Padova, il Piacenza, il Ravenna, la Reggina, il Rimini, la Sampdoria, il Siena, la Spezia. Le 61 persone fisiche deferite nell’indagine sulc alcio scommesse, la posizione più grave è quella di Cristiano Doni, Mario Cassano, Cristian Bertani, Alessandro Zamperini, Filippo Carobbio e Luigi Sartor.

Di Valentina Vanzini

 

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Sono 22 le società calcistiche deferite nell’inchiesta sul calcio scommesse, fra queste figurano l’Atalanta, il Novara e il Siena, arrivate quest’anno in serie A e indagate per presunti illeciti avvenuti durante lo scorso torneo di serie B. I tre club sono stati deferiti per responsabilità oggettiva. L’inchiesta è stata condotta dalla procura di Cremona tra i club di serie A sono stati deferiti soltanto Novara, Atalanta e Siena mentre non il Chievo, come era stato ipotizzato, la procura infatti ha imputato i club per responsabilità oggettiva nel comportamento tenuto da propri tesserati nella precedente stagione di Serie B.

I diretti responsabili della truffa sarebbero Cristian Bertani per il Novara, Cristiano Doni giocatore dell’Atalanta e Filippo Carobbio con il Siena. Bertani e Carobbio erano secondo la procura legati al famoso clan degli zingari che piazzava in tutta Italia le combine, con il loro comportamento trascinano nella bufera, appunto per responsabilità oggettiva, anche gli ultimi club in cui sono stati tesserati, più precisamente la Sampdoria in cui ha militato Bertani e lo Spezia in cui era stato tesserato Carobbio.

L’indagine ha finore toccato 22 società, di cui molte deferite, ma anche 61 persone fisiche tra cui ben 52 calciatori. Tutte le squadre deferite appartengono alla serie A, la sere B, ma anche la Lega pro e i Dilettanti. Tutte le società coinvolte nello scandalo sono state deferite per responsabilità oggettiva, tranne invece l’Empoli, che al contrario è stato deferito solo per responsabilità presunta.

I club calcistici deferiti per responsabilità oggettiva sono l’Albinoleffe, l’Ancona, l’Ascoli Calcio, l’Atalanta Bergamasca, l’Avesa, il Cremonese, il Delfino Pescara, il Frosinone, il Grosseto, il Livorno, il Modena, il Monza, il Novara, il Padova, il Piacenza, il Ravenna, la Reggina, il Rimini, la Sampdoria, il Siena, la Spezia. Le 61 persone fisiche deferite nell’indagine sulc alcio scommesse, la posizione più grave è quella di Cristiano Doni, Mario Cassano, Cristian Bertani, Alessandro Zamperini, Filippo Carobbio e Luigi Sartor.

Di Valentina Vanzini

 

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